
“Serpenti siamesi” — Disegno di Eraldo Cariani (2025)
In una radura paludosa, sotto un sole incredibilmente sorridente e quasi infantile, si erge un serpente a due teste. I due colli si attorcigliano tra loro in una spirale stretta, mentre le teste guardano in direzioni opposte: una attenta, forse aggressiva; l’altra pare quasi stanca o rassegnata. Davanti a loro, un piccolo topo li osserva con uno sguardo perplesso — un punto interrogativo sopra la testa ne esprime perfettamente lo stupore e la confusione.
L’ambiente è ricco di dettagli: ci sono piante acquatiche, nuvole vaganti e una pozza fangosa sul primo piano. L’intera scena è tracciata con uno stile umoristico ma preciso, che contrasta con il contenuto potenzialmente inquietante.
Interpretazione simbolica
L’opera gioca con il concetto di dualità forzata, rappresentato da un serpente con due teste, incapaci di separarsi ma forse in conflitto tra loro. Il groviglio dei corpi non è solo fisico ma anche metaforico: parla di relazioni strette, forse simbiotiche o tossiche, in cui due identità convivono in uno stesso corpo o destino, ma guardano direzioni incompatibili.
Il topo curioso, innocente e confuso, diventa l’osservatore esterno: lo spettatore, lo spettatore della vita o addirittura lo stesso artista che osserva il paradosso della natura e dei legami umani. Il sole sorridente sovrasta il tutto con un’espressione ingenua che sottolinea l’assurdità della scena — la comicità nel dramma, una tipica firma di Cariani.
Chiave stilistica
Il tratto è sottile ma espressivo, con linee curve che accentuano i movimenti intrecciati dei serpenti. L’uso del bianco e nero, insieme al contrasto tra soggetti “minacciosi” (serpenti) e “carini” (topo, sole), richiama una forma di surrealismo gentile e accessibile, quasi da libro illustrato filosofico per adulti.